06 SPOTLIGHT BY JACQUELINE CERESOLI
61° BIENNALE VENEZIA 2026
In laguna siamo l’acqua che rigeneriamo, conserviamo, attraversiamo e immaginiamo: una soglia fluida tra passato e presente, in un futuro già annegato sulle rovine del colonialismo occidentale. Jacqueline Ceresoli
Dal 1895, prima edizione della Biennale a Venezia, tutto è provocazione, comunicazione e polemiche, a partire dal dipinto Supremo convegno di Giacomo Rosso (1860-1938), scandaloso per l’epoca, con cinque donne nude intorno a una bara, esposto in una saletta a parte. Il corpo nudo femminile è già trapassato dalle performance degli anni’70 a oggi. Lo troviamo ancora di scena al padiglione austriaco, dove Fiorenza Holzinger (Vienna, 1986), presenta il progetto interdisciplinare “SeaWorld Venice”, curato da Nora -Swantje Almes, con l’obiettivo di smuovere riflessioni sul corpo oggettivizzato di provocazione e riflessione, sull’acqua e sulle tensioni tra natura e tecnologia, con performance scenografiche medium di denuncia sociale e ambientale. E qui tra balletti di motociclette cavalcate da valchirie nude, ragazze sommerse in un acquario, e un’altra a testa in giù usata come battacchio di una campana dal suono funero; come a dire attenti al Pianeta violato, tutto è new-dada e non proprio in << chiave minore>>, come suggerisce il titolo della manifestazione-kermesse all’insegna libertà espressiva più antica del mondo.
Tralasciando “La merde”, un gigantesco e orripilante escremento esposto nel padiglione del Lussemburgo, e tante altre installazioni più o meno d’effetto, che si dimenticano subito, tra schieramenti politici, ideologie destre e sinistre, manifestazioni, censure, aperture e chiusure, proteste di massa vissute come vernissage nei giorni di bagarre dell’anteprima stampa, l’arte contemporanea celebra se stessa e lancia slogan di libertà, inclusione, speranza di nuova umanità, eccetera che nessuno più ascolta né immagina un futuro. Minor Keys è un dispositivo mediatico di fatti e misfatti “antro-politici”, nel nostro complesso mondo, diventati ‘maior keys’ da anni. 111 artisti scelti da Koyo Kouoth, scomparsa prematuramente il 10 maggio del 2025 non ci raccontano nulla di nuovo, e non attivano processi democratici. Noi spettatori tra viaggi etnologici di un post colonialismo, parità di genere, crisi ambientale, anche il tema della femminismo africano e ‘donnismi’ vari, contro l’uomo bianco, dipinto come un mostro capitalista, l’essere europeo è una colpa. Il tema dell’ecologismo ai Giardini prevale, e in generale ne usciamo con la consapevolezza, che l’arte occidentale, fagocitata dagli artisti del sud del mondo, dalla cultura transnazionale, è una conquista di riscatto nel sistema dell’arte da anni strumento di arricchimento per i capitalisti bianchi e neri. I curatori delegati, Gabe Beckhirst Feijo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (advaisor), Siddartha Mitter (editor-in -chief), Rory Tsapayi (assistente alla ricerca), hanno messo in scena le tematiche sulla linea di biennali precedenti, il loro mantra contro il tempo del Capitale, nel riscatto dell’artigianato, della manifattura, dell’argilla, di feticci apotropaici e paesaggi in difesa di ciò che sta scomparendo, tra altari, pitture picassiane, magmatici esplosioni di segnici policromi, sculture totemiche, statuette di animali, di alberi sonori, obelischi e pochissimi video, e un manifestato disinteresse per la tecnologia, vince l’anticolialismo green, sostenibile; una tendenza ecosofista con molta acqua qua e là in diverse installazioni (simbolo di purificazione e rinascita). Così tra divinità varie, tessuti e materiali poveri, trovati o rigenerati, questa parata di collettivi lagunare di artisti del sud del mondo ma con vissuti in occidente, dimostrano che la cultura dominante radical-chic è antieuropea, in cui anche le veneri della sudafricana Buhlebezwe Siwani ispirate a quelle floride del Rinascimento italiano, sono di colore, nude, bellissime, modelle ideali della prossima copertina di Vogue?. E in questo scenario meno concettuale e digitale degli ultimi anni, il Padiglione Italia, a cura di Cecilia Canziani, invaso dalle Sister e Daimon, sculture antropomorfe della piacentina Chiara Camoni (1974), non fa notizia, qui è tutto artigianale, lento e rarefatto. Di fronte a sculture d’ispirazione etrusca -minoica, in porcellana gres o in argilla, troviamo colonne arcaiche simboliche che nulla possono fare contro i clamori delle Pussy Riot, al grido della <<La Russia uccide Venezia>>. Chiuse nel loro ieratico silenzio, di dimensioni poco maggiori alla scala umana cercano un dialogo con il copro dei visitatori distratti e sordi ai loro richiami, travolti da manifestazioni della Global Sumud Flotillia appena rientrati in Italia, nuovi miti del nostro tempo malato di radicato individualismo e prevaricazione politica e culturale, dove l’arte è morta sotto le coltri di ipocrisie di comodo di destra e di sinistra, comunque pronti a votare gli artisti vincitori dei Leoni d’Oro, come a Saremo.
