08 SPOTLIGHT BY JACQUELINE CERESOLI


MATTEO BERGAMINI: STRANIERO OVUNQUE ESPLORA I LINGUAGGI DEL CONTEMPORANEO IN BRASILE

Matteo Bergamini (1984) giornalista specializzato in arte contemporanea, ex direttore responsabile di exibart (2017-2022), collabora per testate italiane e brasiliane, critico d’arte e curatore indipendente, co-curatore della sesta Bienal do Sertão, Brasile, racconta in esclusiva per l’Arcaweb la mostra personale di Rafael De Almeida a Brasilia, la città-pianificata e capitale di un vasto territorio rigenerativo di cultura sociale. Jacqueline Ceresoli

Matteo Bergamini © ph.Paolo Biava

Hai vissuto a Lisbona, poi la fascinazione per la lingua portoghese ti ha portato in Brasile: quando hai deciso di esplorare i linguaggi dell’arte contemporanea di questo Paese sorprendente e perché? Non c'è stata una vera e propria decisione: sono partito per suggellare idealmente la fine di un periodo di grandi cambiamenti e, allo stesso tempo, perché il futuro non era così chiaro. Ma in fondo non lo è mai stato: ogni tanto mi cruccio, ma poi cambio la direzione dello sguardo, come mi ha insegnato il fantastico artista Dario Ghibaudo, e la prospettiva cambia...

Quanto ha inciso l’esperienza del viaggio alla ricerca di nuovi linguaggi artistici, prima a San Paolo e poi in luoghi più decentrati del Brasile nella tua formazione critico, e come hai modificato il tuo sguardo sull’arte contemporanea occidentale? Te la racconto facile, e breve: mi sono sentito meno in colpa per aver perso interesse nel “Concettuale” [ride]. Parlo di Concettuale intendendo non tanto uno stile o una filosofia del pensiero creativo, quanto delle dinamiche e sovrastrutture che pervadono l'arte contemporanea che osserva se stessa. Non solo il Brasile, ma l'area Latina in genere – che sta subendo un processo di colonizzazione dello sguardo, una vera e propria “commercializzazione” della diversità –, mi ha mostrato un mondo che funziona anche senza l'affanno e le isterie che siamo soliti appiccicare alle nostre esistenze professionali. E non sto parlando né di naïveté né di faciloneria, quanto di consapevolezza.

Nel tuo recente libro Speed News. L’Arte scritta veloce (art-frame books, 2026) che posizioni prendi rispetto alla dittatura dei social network e SEO (Search Engine Optimization)? Forse mettendo una certa distanza: inutile demonizzare, ma nemmeno rendersi. Credo di aver dato un punto di vista un po' anarchico, come mi sento un po' anche io: “regola è regolarsi” come diceva una serie di Alighiero Boetti, che diceva anche di “non marsalarsi”. Ecco, questo credo sia il Concettuale che ancora mi piace [ride]


Rafael De Almeida, extrafragil nr. 03, 2026

Cosa consigli di fare a un giovane che vuole scrivere di arte contemporanea, che opportunità ha nell’epoca della scrittura algoritmica generata da A.I.? La scrittura algoritmica, che è un po' automatica – quasi un cadavere squisito surrealista, direi – credo possa essere usata per “contornare” le fondamenta della propria scrittura. Faccio un paragone culinario, visto che mi piace cucinare: l'Intelligenza Artificiale può aiutare a incorporare gli ingredienti, a impastare e a frullare, ma le dosi devono essere le tue, altrimenti il ristorante diventa il fast-food, e il gusto omologato.

A Brasilia sei curatore della mostra individuale di Rafael de Almeida (1987), intitolata Prima che il cuoio ceda [Antes do couro ceder, in portoghese]: cosa presenta di nuovo l’artista rispetto alla pittura figurativa contemporanea in rapporto dall’A.I? Rafael è professore di cinema alla UEG ma parallelamente ha sviluppato una pratica artistica dove il punto di partenza è il proprio ambiente di origine, il Cerrado, un bioma sterminato nel centro del Paese, oggi teatro della peggiore agricoltura e allevamento intensivo e a rischio scomparsa proprio per il suo essere continuamente sfruttato dal post-capitalismo agrario. Attraverso il recupero tanto di foto storiche quanto della creazione di un nuovo “archivio” con l'uso di una Intelligenza Artificiale educata a immaginare quello che “potrebbe essere stato”, l'artista restituisce corpo e visibilità a un passato spesso dimenticato o volutamente cancellato. Contemporaneamente queste nuove immagini – tutte realizzate in cianotipia, evidenziando un cortocircuito tra l'idea di archivio ricreato attraverso i prompt dell'AI e l'antica tecnica – si caricano di una atmosfera agrodolce, quasi di saudade.


Rafael De Almeida, Aula de montaria, 2026

Qual è il nucleo tematico della ricerca promtografica e poetica di Rafael de Almeida? In questo caso si parla della relazione, fisica e metaforica, tra uomo e animale, passando dai sentimenti di amicizia che i più piccoli intrattengono con i quadrupedi con la violenza che spesso si sviluppa nei confronti degli stessi una volta che entrano nella dimensione del “prodotto” e del profitto: il dolore della perdita, anche dell'innocenza, le problematiche della fragilità mascolina in un ambiente spesso ostile e sono alcuni dei temi abbordati. Le nuove serie che presenteremo a Brasilia sono tutte inedite, prodotte da gennaio a oggi.

Perché in Brasile nell’arte del presente prevale la pittura-cultura figurativa e scultura di eco organicista-surreale o totemica-primitivista? Mi piace pensare sia per una maggiore vicinanza alla vita, ai misteri della natura e, oserei dire, del Divino. L'energia, anche in aree fortemente antropizzate, non è una chiacchiera da salottino intellettuale.


Rafael De Almeia, Onde a festa nunca acaba, 2026. Courtesy l'artista

Per te, scrivente d’arte, di cultura occidentale, milanese adottivo e giramondo, Brasilia cosa rappresenta e come vivi questa nuova città poco più che sessantenne? Non posso risponderti: un'altra cosa che mi ha insegnato il Brasile è sentirmi perennemente “gringo”, straniero, in un territorio che tuttavia mi ricorda il piacere di sentirsi a casa, ovunque mi trovi. Per cui lascio parlare Clarice Lispector, che scrisse: “Brasilia è il rumore del ghiaccio nel bicchiere di whisky, alle sei del pomeriggio, l'ora di nessuno”. Questa per me è la Brasilia del Plano Piloto di Lucio Costa e Oscar Niemeyer: l'abbraccio di uno sconosciuto, consolatorio e inquietante.

Secondo te l’arte occidentale ha perduto la sua centralità culturale nell’epoca del liberalismo capitalista e della crisi delle idee e di narrazione? Non credo. Penso semplicemente che il Neoliberismo abbia deciso di spostare i suoi spotlights – quindi politiche e economie – su altri temi e altre geografie e di spremerle a puntino, prima di passare ad altre “nuove novità” le quali, nuovamente, ci sommergeranno, ci satureranno e saranno abbandonate. Sarà che davvero tutto è ciclico?