05. DI MICHELE BAZAN GIORDANO
PALAZZO BAROLO: DANTESCO O PARAFUTURISTA?

In un racconto breve del 1956, la Parábola del palacio,Jorge Luís Borges (1899-1986) racconta di un imperatore che costruisce un palazzo incredibilmente complesso che riflette la perfezione dell’universo. Un saggio di corte gli obietta che c’è chi ha scritto qualcosa di più perfetto, concludendo che il poema supera il palazzo, contenendo quella stessa perfezione in pochi versi senza occupare spazio fisico. L’edificio di Buenos Aires cui potrebbe essersi ispirato Borges che ci passava spesso davanti, sta sulla Avenida de Mayo ed è il Palazzo Barolo, progettato da Mario Palanti (1885-1978), architetto di Casalbuttano, nel cremonese (anche se nato a Milano) e dotato di una mente fantasmagorica esplosa soprattutto con quel grattacielo (e con il suo gemello di Montevideo) che prende il nome dal committente: Luigi Barolo, un emigrante fuggito, nel 1890, dalla miseria dell’Italia d’allora e che, in pochi anni, divenne ricchissimo grazie all’impresa tessile messa su faticosamente a Buenos Aires. A tutt’oggi, Palazzo Barolo è circondato da un’aura di mistero, a cominciare dal suo stile, un misto di gotico veneto, neoromanico e persino architettura indiana.

Poi ci sono le motivazioni culturali e personali dell’architetto Palanti, membro della loggia massonica medioevale della Fede Santa (ancora esistente) devota a Dante Alighieri, tanto che il suo grattacielo è un vero e proprio tributo alla Divina Commedia. Niente Palanti lasciò al caso: i cento metri del grattacielo (che per alcuni anni fu il più alto del Sud America) riprendono il numero dei canti del poema dell’Alighieri. E il palazzo è diviso in tre sezioni corredate da frasi in latino in rappresentanza dei cerchi danteschi. Ma non si tratta solo di queste, e molte altre, metafore letterarie, palazzo Barolo è anche un’opera di ingegno costruttivo d’avanguardia: 4.300 m2 di cemento armato; 8.300 di muratura; 1.400 di pavimenti; 1.450 di stucchi e rivestimenti, 70.000 sacchi di cemento; 650 tonnellate di ferro e oltre 1.500.000 mattoni.

Minuziosissimo, Palanti si ispirò, per la cupola che, nei primi giorni di giugno, resta perfettamente allineata con la Croce del Sud, come voleva Dante, al tempio indiano Rajarani Bhubaneshvar. Non poteva, quel palazzo, non divenire presto location di numerosi film, fra i quali Highlander II – Il ritorno (1991) di Russell Mulcahy, girato in Argentina. Architettura esoterica, si può definire, quella di Palanti con connotazioni parafuturiste? Forse solo uno spirituale omaggio a Dante? Michele Bazan Giordano
