FROM PARIS BY ALBA BASILE
RIFLESSIONI INATTESE - LA TOUR
TRIANGLE

© Herzog & de Meuron
Il confronto con il passato è inevitabile. Progettare in una metropoli come Parigi implica entrare nell’immaginario di milioni di persone e contemporaneamente avere una visione della coesistenza tra realtà e soggetti spesso molto lontani tra loro, rispettando la Storia anche quando gli interventi sono segni forti, imponenti. La Grande Arche della Défense ne è l’esempio. Ad aggiudicarsi nel 1983 l’incarico in un concorso internazionale è Johan Otto von Spreckelsen, architetto danese senza una grande struttura di studio professionale alle spalle, ma con l’idea potente di costruire non un volume, ma il contorno di un cubo a delimitare un enorme spazio vuoto, disassato rispetto all’Arc de Triomphe di circa 6,30°. A vincere è il rapporto simbolico con uno degli emblemi della città.

La Grande Arche Paris
La Tour Triangle degli architetti Herzog & de Meuron segue la medesima traccia concettuale. Alla Porte de Versailles, dove è in corso di costruzione, si leggono facilmente nella composizione degli edifici di ogni isolato cambiamenti di epoca spesso distonici, senza alcuna ricerca di continuità e senza una ragione, se non nella logica della trasformazione dell’architettura attraverso il tempo. La nuova torre la sua motivazione invece ce l’ha, perché non solo in una foto presa dall’alto è vistoso il suo dialogo con la tour Eiffel. Così fuori scala e fuori schema, sono entrambe un elemento di rottura del paesaggio urbano, una sfida verticale consentita dalla tecnologia. Quella che gli architetti da sempre ricercano, con gli archi rampanti del gotico o con il vetro strutturale, per salire sempre più alto con lo sguardo e con l’anima.

© Alba Basile
La scelta della forma geometrica appare una dichiarazione di intenti: smaterializzare una struttura di per sé impattante e creare un riflesso della torre in ferro più evocativa della capitale francese. L’impegno per questo risultato è tutt’altro che banale, perché ha comportato studi innovativi per ottenere una riflettenza calibrata dei vetri, bloccare un’alta percentuale di apporto termico solare e conseguire comunque un risparmio energetico con l’integrazione di pannelli solari di ultima generazione nei moduli vetrati della facciata sud. Questo garantendo comunque il passaggio del massimo della luce naturale, quella che anche Dominique Perrault ha scelto di far penetrare dall’alto nella stazione della metro Villejuif-Gustave Roussy del Grand Paris Express. Ancora i riflessi del passato: la luce del sole filtra fino a 50 metri sotto terra attraverso un oculus, citazione colta dal Pantheon di Roma funzionale al desiderio di rendere meno “ansiogeno” un luogo di transito verso un ospedale oncologico, come il progettista ha dichiarato in occasione del recente convegno “Architetture di scala” a Torino.
Villejuif-Gustave-Roussy,
©Arthur Jan Dominique Perrault
Architecte ADAGP
È importante il rispettare la percezione emotiva del costruito, rendendolo il meno invasivo possibile: l’impressione che si ha della Tour Triangle all’uscita della metro dalla parte del Parc des Expositions non è di un volume. L’edificio è come non esistesse, solo una lama di vetro sottile di 180 metri dal profilo frastagliato, persa nel cielo. È stata una scelta precisa, per evitare la proiezione di ombre incombenti sui palazzi del popolato 15° arrondissement. Che l’insieme sia frutto di riflessioni più ampie rispetto alla sola architettura, lo dice paradossalmente anche la recinzione di cantiere della torre, elemento normalmente effimero. Tim Zdey (Hong Kong 1989), noto per i suoi graffiti e per le iniziative umanitarie a cui si dedica, ha dipinto la palizzata dell’Avenue Ernest Renan, dedicando espressamente l’opera ad un progetto di architettura che unisce innovazione ad un ideale sociale durevole.

© Alba Basile
Il disegno è concepito in modo dinamico, per essere osservato sia passeggiando intorno al cantiere, sia guardando da lontano. L’artista propone di giocare con prospettive diverse, colori forti e contrasti con elementi organici, per anticipare l’effetto di questo inedito modo di vivere un luogo urbano dalle radici storiche profonde. Perché “Prigionieri del passato si diventa per la perdita, non per il culto della memoria” (Paolo Portoghesi). Alba Basile
