Special N° 8

Ottobre 2014

Architettura e Arte

 

La prima Biennale di architettura di Venezia, curata nel 1980 da Paolo Portoghesi, si intitolò, programmaticamente, “La presenza del passato”. La quattordicesima edizione, quella dal 2014 curata da Rem Koohlaas, potrebbe intitolarsi, altrettanto programmaticamente, “Il passato della presenza”.

 

La figura retorica del chiasmo esprime bene l’ansia di ricerca di un’identità sempre più sfuggente che in essa si esprime: l’architettura si ripiega su se stessa, si interroga sul suo linguaggio, ricerca le proprie origini, insegue un ordine perduto cui affidarsi per proseguire il cammino.

 

Così oggi, nei magici spazi veneziani, sempre più carichi di una storia che si dissolve rapidamente nel tempo, essa si distende come sul divano dello psicanalista, pronta a scandagliare le profondità del proprio inconscio per farne affiorare brandelli di verità da portare alla luce.

 

L’operazione è stata spinta consapevolmente da Koohlaas al suo limite estremo, ossia al momento in cui la dolorosa regressione fa infine affiorare il trauma originario, in un’opera di scavo annunciata fin da quel titolo, “Fundamentals”, che dichiara apertamente il desiderio di ritrovare le radici dimenticate. Solo che, trattandosi di architettura, le cose non sono così semplici.

 

L’obiezione che viene subito alla mente è radicale e generalizzante: è davvero necessario discutere del destino di una disciplina la cui funzione non è di farsi periodicamente valutare, bensì di offrire di continuo all’umanità un beneficio assoluto come quello dell’abitare, ricorrendo allo strumento della “mostra”, concepibile per la musica, la pittura o il cinema, ma inessenziale per una disciplina che si radica e si giustifica ogni volta, con ogni sua opera, nel proprio luogo e nel proprio tempo?

 

In altre parole: per argomentare sull’architettura è proprio indispensabile la “rassegna” periodica e sublimatrice delle opere ridotte a pure immagini, che reca in sé inevitabilmente, che lo si voglia o no, il verme divoratore dell’estetismo?

 

Non è forse vero che tutta la vicenda delle Biennali d’architettura, compresi questi “Fundamentals” di Koohlaas, è stata solo una fuggevole passerella di stili e di poetiche che finora non ha significativamente inciso sugli sviluppi della disciplina e non è nemmeno riuscita a comporsi in figurazioni stabili e coerenti?

 

Ormai lo sappiamo: per essere esposta l’architettura deve trasformarsi senza residui in arte. Ma così facendo deve rinunciare alla sua corposità, alle durezze della sua funzionalità, alla ruvida praticità del suo linguaggio.

 

Per accedere alla purezza della dimensione apollinea deve sgravarsi della pesantezza della materia, e in tal modo è costretta a trasformarsi in altro, nel peggiore – ma più frequente – dei casi in una rassegna di monumenti a se stessa, fatta di scenografie, modellini, disegni, foto, schizzi, con il rischio continuo di perdere anche quella dimensione collettiva, urbana, sociale che essa sa intrinsecamente offrire allo spettacolo pubblico.

 

Più grave ancora, deve rinunciare, come in effetti ha sempre rinunciato, alla sua dimensione interna, interiore, quella che trasforma ogni architettura in abitazione e ogni abitazione in esperienza di vita, e che costituisce il prezioso legame fra il progetto e il mondo, fra la struttura e la società, fra l’interno e l’esterno.

 

L’architettura è l’unica arte che mette in gioco il suo destino in una rassegna perenne, in una “mostra” che si svolge giorno per giorno sotto gli occhi di tutti, e in cui tutti sono spettatori e protagonisti insieme.

 

Cercare di riassumere questa vitalità concentrandola in spazi e tempi così angusti, sia pure in una cornice prestigiosa come la Biennale di Venezia, non rischia di alterarne, più di quanto già non accada, il senso e la funzione?

 

Maurizio Vitta