Special N° 4

Aprile 2013

Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni...? (Goethe)

 

Gli stranieri li abbiamo sempre fatti arrabbiare. Non sono mai riusciti a collocarci in  una classificazione netta, di quelle semplici e chiare che piacciono tanto soprattutto ai nordici, e non riescono a capire come mai, ciò nonostante, continuiamo a rimanere sulla scena internazionale, non di rado addirittura da protagonisti.

 

Da secoli è sempre la stessa storia. Montaigne, che durante il suo viaggio in Italia nel XVI secolo non smise mai di criticare le nostre locande, il nostro vino e le nostre città, rilevava stupito “la sottigliezza degli italiani e la vivacità della loro immaginazione”; Goethe, che due secoli dopo avrebbe percorso l'Italia da nord a sud, registrava perplesso: “C'è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina...”; all'inizio del Novecento, negli Stati Uniti e in Australia non sapevano se dovevano considerarci o no appartenenti alla razza bianca; nel 1949 Orson Welles, nel film Il terzo uomo, pronunciava la famosa battuta: “In Italia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri, e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cosa hanno prodotto? Gli orologi a cucù”.

 

Certo, non possiamo dar loro tutti i torti. La nostra geografia politica nasce dall'Europa centrale e si protende nel Mediterraneo fino a sfiorare il continente africano.

 

La nostra storia affonda le sue radici in un passato che fu il più antico e potente del mondo occidentale, e per secoli siamo stati in balia di altri popoli, rapaci e distruttori. Ci siamo combattuti a lungo tra di noi, ma intanto abbiamo fatto fiorire una cultura e un'arte rimaste insuperate.

 

Nel 1848 un esponente dell'impero austriaco andava raccontando in Europa che l'Italia non era che un'espressione geografica, e pochi anni dopo nasceva, con una spinta irresistibile, uno Stato italiano che avrebbe in seguito sconfitto quello stesso impero. Siamo usciti distrutti dalla Seconda guerra mondiale, ma in poco tempo ci siamo dati un'economia industriale fra le prime nel mondo. Come catalogare un popolo così ricco di contraddizioni? Gli stranieri non riescono a raccapezzarsi. Bisogna capirli.

 

Quello che è difficile da spiegare è il fatto che la nostra capacità di restare sempre, nonostante tutto, in prima fila deriva proprio da quelle stesse contraddizioni. Che altro esprime, infatti, quel marchio “Made in Italy” che ci apre i mercati mondiali se non la feconda coincidentia oppositorum, tutta italiana, tra ragione e fantasia, arte e tecnica, intelligenza e sentimento, dolce vita e spirito d'iniziativa? Ibsen, nel suo Peer Gynt, attribuì all'Italia, con malcelata ammirazione, “il leggero gusto del far niente”.

 

Ma chi potrebbe sospettare che proprio questa sia la qualità (il trionfo dell'essere sul dover essere, come lo stesso Ibsen insegnò) dalla quale ha per esempio origine il nostro design, quello che ha trionfato dovunque e che ancora oggi è considerato da tutti un punto di riferimento imprescindibile? Ma in che modo convincere gli altri del fatto che è appunto nella capacità di andare oltre l'”ordine e la disciplina” invocati da Goethe che risiede il segreto di una creatività capace di dialogare alla pari con una rigorosa razionalità? Torna alla mente la ben nota riflessione dello scrittore Joseph Conrad: “Come faccio a spiegare a mia moglie che anche quando sono affacciato alla finestra e guardo le nuvole io  sto lavorando?”.

 

Guardare le nuvole, appunto. Come dire: sfruttare la fantasia, ovvero la capacità di penetrare nel mondo reale fino a scoprirvi il nucleo segreto, l'intreccio vitale, la forma che di colpo ne riassume ogni contenuto latente. È la chiave di volta di ogni possibile progettazione, quella stessa che ha reso il design italiano oggetto non solo di emulazione, ma anche di studio.

 

Dinanzi alle formule ultimative e in sé concluse di altre culture progettuali (il pragmatismo americano, il funzionalismo tedesco), è difficile trovare per essa una definizione univoca. Alle spalle del nostro design si intravede non una semplice scuola, una tendenza, uno stile, ma una intera tradizione culturale. Per intenderlo non  basta rileggersi le storie dell'artigianato, dell'arte e dell'architettura: occorre sfogliare Il cortegiano di Baldassarre Castiglioni, meditare su qualche pagina dei teorici barocchi, tornare a riflettere su quel concetto di “meraviglia” che Giambattista Marino volle frutto “dell'eccellente, e non del goffo”, ripensare al Settecento italiano come al secolo del cosmopolitismo dei nostri intellettuali, delle osservazioni di Carlo Lodoli sull'ornamento, e soprattutto di quella visione di una “logica poetica” che Giambattista Vico, nella sua Scienza nuova, giudicò fondamento di ogni conoscenza.

 

È questo il nostro retroterra. Le radici del design italiano e dell'essenza stessa del  “Made in Italy” affondano in un humus ricco di umori, nel quale la storia viene declinata sempre al presente.

 

La domanda che ora però si pone è: fino a che punto questo spessore culturale sarà sufficiente per consentire al design italiano di affermarsi ancora in un mondo sconvolto da trasformazioni planetarie e dalla pesante ipoteca che una tecnologia sempre più agguerrita pone su ogni forma di rinnovamento? La questione è vitale e ineludibile, ma non è nemmeno nuova.

 

L'Italia è in fondo abituata a rincorrere altri popoli sul piano della modernità, e l'ultimo successo in tal senso fu registrato nel secondo dopoguerra, quando proprio dalle nuovissime tecnologie il nostro design seppe dar vita a un universo di “cose” che mutò l'ambiente di vita, i modelli abitativi, il gusto collettivo. Un esempio? Il Compasso d'Oro del 1956 fu assegnato a un secchio di plastica, quello conico graduato disegnato da Roberto Menghi e prodotto in polietilene dalle Smalterie Meridionali di Napoli.

 

Un secchio insignito della massima onorificenza del design? Solo in Italia poteva essere riconosciuta in un umile utensile quotidiano l'intima armonia tra una tecnologia d'avanguardia e una forma non ostentata, ma dignitosa, sottile, propria. La storia del design italiano è piena di episodi del genere, dalle lampade dei Castiglioni ai televisori di Zanuso, dai pezzi domestici di Joe Colombo alle automobili di Pininfarina. Nomi talmente famosi che è perfino superfluo ricordarli. Ma nomi, anche, che hanno saputo coniugare una raffinata creatività con una solida consapevolezza tecnica, mettendo entrambe al servizio di una qualità di vita – quella quotidiana, comune, fatta di piccole cose – che parte da lontano e si nutre della contemporaneità.

 

Ernst Bernhard, psicanalista junghiano, si è detto sicuro che “la chiave che permette di schiudere l’enigma dell’anima italiana è la constatazione che in Italia regna la Grande Madre mediterranea”, vale a dire il culto tutto materno della vita, colta nelle sue manifestazioni più profonde e naturali.

 

L'ipotesi è suggestiva, e nel design italiano troverebbe conferma nell'amore per l'oggetto, nella cura per i particolari, nella consapevolezza che la vita si prolunga nelle cose. In più, però, qualcosa deve essere rimasto in noi di quella cultura romana che troppo presto i popoli del Nord vollero screditare in favore di un primato greco spesso solo vagheggiato, e che si è incarnata per l'appunto in una progettualità in grado di assicurare spessore estetico e qualità formale negli artefatti più comuni – ponti, acquedotti, arredi, dimore – fino a fare della tecnica un'arte e dell'arte un modello di vita. 

 

Sono sufficienti questi caratteri primari per consentire al nostro design di superare l'ennesima crisi della nostra storia come quella che ci si è parata dinanzi all'inizio del XXI secolo? Pensiamoci. Questa crisi è globale, e ha per il momento davanti a sé due sbocchi storici: l'incremento ulteriore dello sviluppo economico e industriale oppure un mutamento del sistema di vita in direzione di un maggiore equilibrio tra costi e ricavi, intesi però non in senso banalmente contabile, ma come bilancio tra qualità della vita e sfruttamento delle risorse.

 

Nessuno pensa a scelte radicali tra le due alternative, che probabilmente dovranno convergere su soluzioni condivise. Ma, in tutti i casi, non potrebbe toccare proprio a una cultura progettuale come quella italiana, con la sua storia e le sue radici umanistiche, far sì che la produzione delle cose non scada necessariamente nel consumismo, che la tecnologia possa essere controllata per il benessere umano, che la felicità sia raggiungibile non nel lusso, ma nemmeno nella povertà?

 

Forse dovremmo ripartire da quel secchio di plastica che sessant'anni fa vinse il Compasso d'Oro. Magari facendone l'emblema di un “Made in Italy” capace di guardare al di là dei prodotti, verso la vita.

 

Maurizio Vitta