L'Arca International N° 115

Novembre 2013

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Minimismo

 

Nei mesi scorsi avevo fatto alcune riflessioni sull’evoluzione che il progetto dell’architettura aveva subito negli ultimi trenta anni raggiungendo aspetti formali ed estetici sempre più azzardati se non bizzarri.

 

Avevo battezzato questa nuova interpretazione dell’apparenza sempre più sorprendente degli edifici come “stranismo”. Infatti sembra strano costruire torri inclinate o sfidare la forza di gravità con sbalzi sempre più improponibili. Oppure trattare la materia come un elemento plastico e elastico per ottenere più delle macro sculture che delle costruzioni abitabili.

 

Certamente tutto ciò non è negativo quando i risultati estetici si inseriscono nel tessuto urbano anche in contrasto con la tradizione ma riescono manifestare tanta creatività da trasformare e contagiare positivamente anche l’ambiente che accoglie l’edificio. Purtroppo si tratta sempre di singole costruzioni e mai di quartieri interi di una città. Sarebbe un inizio questa volta non strano della famosa “Smart City” tanto decantata e mai realizzata.

 

Si contrappone a tutto ciò da anni un piccolo gruppo di progettisti definiti “minimalisti” che, dall’oriente all’occidente, realizzano progetti di apparente semplicità formale e strutturale ma rinunciando alla spettacolarità a tutti i costi concentrano il massimo delle idee nelle parti più immateriali della costruzione: come il non colore, i riflessi della luce e la totale mancanza arroganza di tecnologie costruttive. Il risultato è discreto, piacevole da abitare e mai in contrasto con il territorio.

 

Non è certo una architettura muscolosa ed è difficile da divulgare proprio per la sua poetica nascosta. Ma come sempre dobbiamo fare attenzione a una nuova corrente, che possiamo chiamare “minimista”, che realizza progetti veramente al minimo di idee, con il minimo di tecnica costruttiva e che paludandosi di termini come “sostenibilità” tenta di contrastare il progresso tecnologico predicando l’inutilità dell’estetica e della modernità. Naturalmente questa pietanza indigesta viene servita in ambienti universitari con contorni di spessore culturale.

 

E’ evidente che viviamo un periodo di cerniera importante dove tutto si ibrida e tutto sembra già sperimentato; è il momento dei giovani architetti e di alcuni di loro che sappiano interpretare correttamente i nostri tempi e le enormi possibilità che conoscenza e ricerca scientifica ci mettono a diposizione.

 

Cesare Maria Casati

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